Pubblicato da: CSpadoni | 16 settembre 2009

Vino, due strade per l’innovazione – da Agronotizie

E’ in corso una ricerca del Politecnico di Milano su ‘Vino e innovazione’. La news è anche su Vinix.

Ho colto l’occasione per fare una piccola intervista a Emilio Bellini, visiting professor presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano. L’articolo completo è disponibile su Agronotizie.

Ne pubblico uno stralcio

Vino, due strade per l’innovazione

Una ricerca del Politecnico di Milano indaga sulla gestione dell’innovazione in vitivinicoltura. Le cantine sono invitate a partecipare

Calice di vino

Calice di vino

Quali sono le basi per il successo di un vino?

Non vi è naturalmente una risposta univoca.

Proprio per indagare quali possono essere le ‘strade’ che un produttore vitivinicolo potrebbe intraprendere per ottenere l’affermazione del proprio prodotto, circa due anni fa è stato avviato un progetto di ricerca a cui oggi sono chiamati a partecipare gli imprenditori stessi.

Basta compilare il questionario allegato, per dare il proprio contributo in termini informativi alla ricerca ‘Vino e innovazione‘.

Chi si occupa della ricerca? Quali sono gli obiettivi?

E’ Emilio Bellini, professore di Gestione dell’Innovazione e dei Progetti (GIEP) presso il Politecnico di Milano a presentarci l’iniziativa. Il gruppo di ricerca a cui afferisce è diretto da Roberto Verganti, Professore Ordinario presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano, dove insegna Gestione dell’Innovazione nel Corso di studi in Design e nel Corso di Studi in Ingegneria Gestionale, nonché direttore di MaDe in Lab, il laboratorio di alta formazione su Marketing, Design and Innovation Management del MIP-Politecnico di Milano. Fa parte dello staff anche Claudio Dell’Era, docente di Gestione dell’innovazione/Industrial design.

Nel settore del vino è importante coniugare tradizione e innovazione“, commenta Emilio Bellini “La nostra ricerca verte sull’ipotesi che anche nel vino si possano ottenere innovazioni, non solo di processo, ma anche di prodotto“.

A tal fine è stato sviluppato un apposito modello di ricerca.

Abbiamo evidenziato due ambiti di innovazione: uno tecnico-funzionale, progettato dall’enologo, riguarda le caratteristiche chimico-fisiche del vino, gli aspetti organolettici… A questo, si affianca una dimensione semantica dell’innovazione: un vino, attraverso la sua complessità, è capace di comunicare, di evocare un territorio, una cultura

L’attività di ricerca è quindi prevalentemente volta a indagare i processi di innovazione di imprese particolarmente competitive nell’introduzione di innovazioni di “senso”, cioè basate non solo sull’introduzione di nuove tecnologie (raccolta, vinificazione, raffinamento, imbottigliamento, ecc.), ma anche sulla proposta di nuovi “messaggi” e “significati” di prodotto (territorio, tradizione, status, ecc.).

Già dai primi risultati della ricerca, possiamo intravedere che le imprese vitivinicole di successo bilanciano questi due aspetti e adottano un modello di innovazione ‘design-driven’, guidata dal design“, sottolinea Bellini.

I primi risultati sono stati ottenuti raccogliendo informazioni su 50 innovazioni di prodotto, realizzate in cantine localizzate in Sicilia e Campania. Ulteriori produzioni in fase di studio provengono da Franciacorta, Toscana, Piemonte.

Continua su Agronotizie

Photo Credit: Linus Bohman

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Responses

  1. IL CALCOLO DELLE ASCOSPORE E DELLA LORO
    GERMINABILITÀ
    Dei numerosi modelli previsionali relativi all’oidio, nessuno risultava adatto agli
    areali viticoli emiliano-romagnoli, per i quali è stato così creato un modello
    meccanicistico, basato sui seguenti parametri: temperatura, umidità relativa,
    pioggia, bagnatura fogliare e deficit pressione idrico.
    Riccardo Bugiani
    Servizio fitosanitario, Regione Emilia-Romagna
    I
    n ordine cronologico, i modelli epidemiologici messi a punto per l’oidio della vite sono i seguenti.
    • Sall, sviluppato in Usa nel 1980 con lo scopo di studiare i fattori meteorologici che influenzavano i
    processi di germinazione e sopravvivenza delle colonie di oidio oltre che il momento della
    colonizzazione
    iniziale di grappoli e foglie sulla successiva progressione della malattia.
    • Chellemi & Marois, modello demografico messo a punto nel 1991, che stimava la germinazione, la
    penetrazione e la sporulazione del fungo, in funzione della disponibilità di acqua libera e della
    temperatura.
    • I.P.I.O. (Indice di Infezione Potenziale Oidica), modello messo a punto in Italia nel 1992 ma che non
    ha avuto una successiva applicazione; il modello determinava il momento della prima infezione oidica
    in funzione di un’equazione matematica che teneva conto, oltre che dei parametri climatici di
    temperatura, bagnatura e umidità relativa, anche di coefficienti rappresentanti la caratterizzazione
    zonale, la suscettibilità varietale e la quantità di inoculo.
    • Kast, messo a punto nel 1995 in Germania e composto da due sottomodelli, in cui il primo determina
    il momento ottimale per il primo trattamento antioidico in funzione della gravità della malattia nell’anno
    precedente e la temperatura minima invernale registrata, mentre il secondo, denominato Oidiag,
    determina, in funzione della temperatura, l’intervallo tra i successivi trattamenti.
    • Gadoury, messo a punto negli anni ’90 negli Stati Uniti, determina la quantità minima di pioggia (2,5
    mm) e la temperatura minima (10 °C) idonea per il rilascio delle ascospore all’interno dei cleistoteci
    maturi.
    • Gubler & Thomas, messo a punto alla fine degli anni ’90 in California, si compone anch’esso di due
    sottomodelli, uno per determinare le infezioni primarie ascosporiche in funzione della bagnatura e
    della temperatura nel periodo di bagnatura, e uno per le infezioni secondarie, modulate solo dalla
    variazione della temperatura.
    Come funziona il nuovo modello
    L’applicazione sperimentale di tali modelli negli areali viticoli emiliano-romagnoli non ha portato a risultati
    incoraggianti e pertanto fino a qualche anno fa non esisteva un modello previsionale per l’oidio che
    potesse essere utilizzato nella pratica per razionalizzare i trattamenti fungicidi.
    L’Università Cattolica di Piacenza in collaborazione con il Servizio fitosanitario della Regione Emilia-
    Romagna, nell’ambito di un progetto finalizzato alla realizzazione di modelli previsionali per le più
    importanti avversità crittogamiche della regione, ha messo a punto un modello meccanicistico in grado di
    simulare processi infettivi primari dell’oidio.
    Il modello, partendo da dati orari di temperatura, umidità relativa, pioggia, bagnatura fogliare e deficit di
    pressione idrico (VPD) registrati dal primo giorno dell’anno, determina i giorni climaticamente favorevoli
    per la maturazione delle ascospore.
    La percentuale di ascospore liberate a ogni evento piovoso utile – caratterizzato da piogge di almeno 2,5
    mm con temperatura di almeno 10 °C, secondo il modello Gadoury – viene calcolata in funzione dei
    giorni trascorsi dalla data di germogliamento della vite attraverso un sottomodello che accumula unità
    termiche sopra i 10 °C a partire dal 1° gennaio.
    Ogni rilascio comprenderà una quota di ascospore decurtata della quantità di queste rilasciate in
    precedenza.
    Successivamente viene calcolato il tasso di germinazione e formazione dell’appressorio delle ascospore
    in funzione di temperatura e VPD.
    Infine viene calcolato l’indice di infettività ascosporica sulla base della proporzione di ascospore
    rilasciate moltiplicata per il tasso di germinazione.

    Io sono di parere diverso
    Questi modelli sopra citati secondo la mia esperienza hanno carenza di conoscenza. Secondo me non conoscono ancora come gli ascospore arrivano sulla vegetazione loro parlano di schizzi d’acqua e di vento e di conidi che trascorrono l’inverno sulla pianta, affermazioni che non hanno una logica . Secondo me gli asco sono diffusi nell’ambiente, le razze degli oidi è diffusissima e l’ambiente e zeppo. Quando piove questi conidi si ammollano e liberano gli asco i quali insieme al vapore acqueo si portano sulla vegetazione, se trovano l’ambiente adatto emettono le radici (ifi) , se non trovano le condizioni favorevoli non attecchiscono, per esempio una pioggia li lava, il troppo caldo li fa morire, il vento li allontana, ecc ecc .Le condizioni adatte quali potrebbero essere, un esempio calzante potrebbe essere: Se noi piantiamo cavoli, il terreno deve essere bagnato l’aria deve essere temperata, il troppo sole potrebbe danneggiarli il vento anche , se non riceve bagnature dopo anche. Io ho sperimentato mettendo il grappolo in un sacchetto di plastica trasparente, chiuso al gambo aperto sotto, le ascospore non possono entrare dentro e quindi non può essere attaccato da oidio e ne da peronospora e difende anche l’uva dai passeri e principalmente da tignole. Queste affermazioni scaturiscono da esperienze di diversi anni. Io penso che se trattiamo solo le foglie con zolfo potremmo produrre uva ecologica e con tale uva fare vino ecologico.

    Saluti cordiali Donato


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